PALAZZO COLLICOLA ARTI VISIVE. SPOLETO

⌊ Domenica 20 Novembre 2011. Ore 12:00

     
     
 
 

INPUT_ Visioni Italiane Contemporanee

 
   
 

 
 

*Conclusa (30 Aprile - 30 Ottobre 2011 / Ex Chiesa Ss. Giovanni e Paolo)

 

GIANNI POLITI "Le cose non saranno mai più come prima"

a cura di Alessandro Facente

 

La brutale traduzione pittorica di tre corpi macellati, anziché aggredire, invita ad immergersi in una frattura che sembra portare altrove.
Brandelli di carne di tre mucche sacrificate si abbandonano ad una putrefazione solitaria il cui dissanguamento lascia tracce evidenti nelle colature che gravano verso il basso.
Un’immagine eroica, adamantina, che vuole contrapporsi alle logiche consuete dell’approccio visivo, scardinando ciò che convenzionalmente “deve” significare, aprendosi alla potenzialità di qualcos’altro che l’integrità dello spettatore può ricercare in altre forme, lontane anche dall’abitudine che il bagaglio sociale trasmette attraverso i suoi mezzi.
Politi parte dal concetto di “taglio” legato alla separazione straziante che esercita sulla “carne” e la putrefazione ad esso connessa è l’elemento chiave che suggerisce tale trapasso, permette l’attraversamento verso un linguaggio che solo formalmente appare negativo.
La sua sostanzialità, al contrario, segue un taglio positivo facendo leva sul concetto di rigenerazione, legato a ciò che del corpo rimane in vita dopo la sua morte, ovvero il processo biologico di decomposizione visto ancora come vita.
Appese, ciondolanti, inerti e assolutamente prive di interazione le tre vacche, in evidente stato di morte, evocano nella loro putrefazione un senso fortemente fisico, terreno, svuotato di spirito, disidratato e fuori da ogni possibile interazione.
Ciò permette di collocare il lavoro in una realtà odierna che disgrega il “corpo” della collettività con conseguente rottura in tanti singolarismi alla ricerca di una condizione individuale per una finalità individuale.
Un’esplosione, una proiezione in fuori, un modo per uscire dalla disillusione di un momento come il nostro, in cui solo gli atti di eroismo risultano logici e vincenti, in quanto mirano a riprendere ciò che sfugge o da cui veniamo esclusi e a ricomporre un senso collettivo per una finalità collettiva.
Le vicende politiche, sociali e migratorie degli ultimi tempi sono un esempio schiacciante di uno strenuo attaccamento alla vita, l’ostinazione a resistergli, e come sia evidente che si lotti soprattutto per trattenere una condizione di cui non si è più parte integrante.
Il malum folium (Quercus pyrenaica o melojo) dove la foglia morta e disidratata rimane attaccata all’albero fino all’arrivo della nuova in primavera che la spingerà fuori via dal ramo: la “marcescenza”.
L’atto del distacco della foglia denutrita che fino a quel momento conservava le caratteristiche estetiche di quella viva, congelando dentro di sé la morte che avviene solo al momento dell’effettiva caduta.
Un modo per parafrasare ciò che Politi sta compiendo in questo lavoro dove l’elemento morto dei tre cadaveri è l’ipocrisia che usano per apparire ciò che non sono, trasmettendo a chi guarda un’immagine serena, piacevole e vincente.
Politi riesce a deresponsabilizzare chi guarda dal vero sentimento che va provato in quel momento, trasformando strazio e paura in qualcosa di affascinante tenendolo lontano da un pericolo imminente.
Una sorta di De rerum naturam in cui l’uomo sta ad una distanza tale da non subire gli orrori di ciò che sta accadendo vivendone solo la parte affascinante.
Politi gioca su un continuo equivoco, fa in modo che il dubbio sia sempre il principio di un nuovo principio dove vita e morte si mescolano attraverso il processo sacro.
Taglio, decapitazione e apertura, sono i tre momenti da cui l’artista parte per scandire questo rito finalizzato a mutare la visione del soggetto al di fuori dall’ovvietà dell’avvenimento in sé, in un dialogo che vada oltre una narrazione epidermica.
Le cose non saranno mai più come prima è un lavoro pertanto sulla risignificazione dell’esperienza che noi individualmente viviamo nel quotidiano, quale valore gli diamo e che effetto ha su chi ci sta intorno.

Un lavoro dove la perdita di ogni riferimento è la strada che recupera valori sani dove l’insegnamento di base è trovarne un’infinità di altri da condividere.
Un lavoro sulla solitudine e la celebrazione della stessa come descrizione di un’eccellenza, in cui elitarismo e trasformazione sono la base per ridisegnare un nuovo senso collettivo che parta da una consapevolezza più profonda di noi stessi e capire meglio le esigenze di questo senso di cui facciamo parte.
Elitarismo quindi come importanza dell’individuo nel suo intimo processo di trasformazione verso l’eccellenza che rappresenta.
Politi si autoritrae, e lo fa all’interno di un’immagine che, sebbene l’orrore a cui assistiamo, non trasmette disgusto, lasciando che il soggetto venga descritto non come tale, ma conseguente ad un processo religioso e millenario che lo proietti su linguaggi eccellenti fuori dalla becera competizione del tutti contro tutti o dal mesto terrorismo.
In questi lavori Politi tenta una via più profonda che fa fortemente parte di lui trasformando un’esperienza da livello personale, a collettivo; dalla velleità della fredda narrazione a qualcosa che sia parte della sfera emozionale, rendendo tutto l’impianto lo svolgimento nel tempo di una contemporaneità che alla fine possa riguardare tutti, dove il singolo trasmette ad un altro un qualcosa da condividere.
L’idea non è raccontare una storia, ma capire che effetto avrebbe su di noi togliendo però ogni sentimentalismo, ogni narrazione, parlando esclusivamente di altro attraverso l’altro sulle basi di una storia la cui origine ha molto di sacrale.
Una via fermamente serrata dove l’evidente carne morta, marcia e lontana da commestibilità sono il brusco invito a cercare nutrimento altrove.
Una denutrizione quindi in atto e perpetua, una piattaforma dove il sano va trovato dove la mutevolezza è un elemento perenne e la schietta consapevolezza una necessità impellente.
Diversamente dai lavori sui bufali in cui la storia della loro estinzione è un elemento nostalgico, nei quadri bianchi le mucche non hanno niente di sentimentale, tutto l’impianto parla solo di putrefazione attraverso l’unico elemento della carne che appassisce dopo la macellazione rituale, lasciando ad una pittura monocromatica, leggera e allo stesso tempo fortemente gestuale, il compito di tranquillizzare chi guarda e all’artista di inserire l’elemento nostalgico.
Con approccio “speleologico”, i tre quadri innescano con lo spazio ospitante, una chiesa sconsacrata, una relazione congiunta andando a restituire quell’anima che ha perso in precedenza giocando proprio sul recupero della stessa e dove l’opera è l’incontro a metà strada tra l’idea di Politi e lo spazio che l’accoglie.
Il luogo svuotato della sua sacralità va a sottolineare quindi un compimento, una fine che l’immolazione dei tre animali già di per sé evoca, evidenziando quello squarcio che serve a chiudere un processo che non ha alcun motivo di rimanere vivo, se non nella memoria personale dell’artista che rimanda alla sua esperienza eccellente.

 
     
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*Conclusa (18 Dicembre 2010 - 13 Febbraio 2011)

VERONICA MONTANINO

 

Veronica Montanino integra le urgenze femminili in una trama multilinguistica dalle ricche conseguenze ottiche. I suoi progetti viaggiano su poli opposti, dai pezzi in bianconero a quelli dove il colore esplode in un cinetismo siliconico. Anni Settanta come radice riflessiva, teatralismo e narrazione sono le principali direttrici stilistiche. Femminilità, energia sentimentale, aspetti psicanalitici, ironia del gioco e feticismo oggettuale sono, invece, le principali direttrici concettuali.La Montanino parte da sagome d’ombra in total black, stilizzate in dichiarata sintonia con l’arte di Kara Walker. Da quel punto, però, muove le storie dentro radici europee che integrano lo spirito pop al marchingegno psichico alla Yayoi Kusama, accumulando elementi in maniera giocosa ma densa. Si relazionano oggetti affettivi, particolari del gioco infantile, spunti onirici, citazioni mai didascaliche e la passione per la sensualità tattile dei materiali. Le sculture
occupano gli spazi con sobrietà invasiva, così come le installazioni si trasformano in edera lisergica che riveste epidermicamente gli ambienti. Lo stesso quadro diventa il dettaglio di una totalità visionaria, come fosse un capitolo narrativo di storie dal respiro ampio.

 
     
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*Conclusa (20 Giugno - 15 Ottobre 2010 / Ex Chiesa Ss. Giovanni e Paolo)

MAURO CUPPONE "Ahab's Syndrome"

 

Il nostro protagonista si chiama Mauro Cuppone, esordiente maturo che entra nel pianeta artistico dopo una lunga esperienza nella comunicazione creativa. Nello scatto da un momento concentrato (la comunicazione) ad un momento liberato (l’arte visiva), Cuppone ha privilegiato un tema centrale nella storia dell’arte, ovvero, la morte. Qualsiasi opera, se ci pensiamo bene, incarna una lotta alla consunzione, al relativismo, alla precarietà dell’esistente. Talvolta, però, la morte come immaginario diviene sfida pugilistica ai costumi sociali, attacco frontale alla cultura della rimozione, al moralismo tremolante, alle coscienze deboli. La morte pulsa nel DNA dell’arte visiva eppure non è cosa ovvia esporla in forma dichiarata. L’Occidente teme la figurazione attorno alla comare secca, ne isola la presenza esplicita e preferisce lo spazio metaforico, il simbolo evocativo, l’allegoria ficcante. Mantegna, Caravaggio e Goya avevano aperto la via coraggiosa del confronto senza filtri, in presa muscolare con la morte al lavoro. Ma non è bastato il loro apporto, anche perché l’arte non incide su un costume sociale in modo totalizzante. In tempi recenti difficile dimenticare il ciclo “The Morgue” di Andres Serrano, viaggio fotografico attorno ai cadaveri negli obitori di New York, non a caso la più evidente dichiarazione di continuità con le posture e i chiaroscuri drammatici del Seicento italiano. Cuppone conosce bene i casi riportati e ne intuisce il valore esempiare, capendo che arte e comunicazione possono parlarsi solo se i temi morali appartengono al tessuto collettivo. L’autore non voleva chiudersi nel baricentro del piccolo mondo interiore, né affrontare aspetti parziali e troppo soggettivi. Senza fronzoli ha indagato la sfida più estrema, parlando di morte con la giusta sintesi (ecco il “mestiere” di chi conosce i segreti del comunicare) e un cortocircuito che coinvolge e ribalta l’energia mediatica della moda.

Design necessario = bara
Design ulteriore = decorazione fashion
Cortocircuito finale = bara brandizzata da marchi moda

Il design si occupa dello scibile umano, affronta la casa e l’ufficio, il corpo e gli spazi del piacere, la città e i mezzi di spostamento… tutto passa sotto l’occhio ciclopico della creatività industriale, nulla sfugge al ripensamento ingegneristico, alle evoluzioni estetiche, ai modelli di crescita abitativa, meccanica e fruizionale. Eppure qualcosa sembra lontana dal design, quantomeno in termini di progetti a diffusione globale. Parlo del luogo in cui un corpo (diciamo ciò che del corpo rimane) trascorre la maggior parte del proprio tempo dopo la vita, ovvero, la fatidica cassa da morto. Le necessità corporali (la posizione allungata), gli spazi d’alloggio vincolanti (ormai la maggior parte delle bare vanno nei fornetti a muro) e la consuetudine sociale fanno la loro parte, tarpando le ali a qualsiasi sperimentazione che inventi altre posture per il defunto. Pensate, ad esempio, ai corpi in posizione rannicchiata dentro volumi circolari che somigliano ad astronavi: non sarebbe più magico ed esteticamente pregevole? Anche i cimiteri, davanti a bare di forma aliena, potrebbero cambiare le loro architetture e creare luoghi meno tristi, senza quei devastanti muri del pianto collettivo. Difficilissimo cambiare le consuetudini attorno a nascita e morte, in quasi tutte le culture (a parte alcune eccezioni in ambito tribale o in contesti di forte isolamento geografico) permane il tabù estetico che non modifica l’origine arcaica delle tradizioni. A farlo ci pensa l’artista visivo, maestro di utopie plausibili, architetto del tempo sospeso e del viaggio ulteriore. La sua visione a-funzionale elabora il passo liquido della veggenza, la zona iconografica della riflessione. E porta la forma dove non immaginavamo, verso le zone minate dell’interrogativo, verso le revisioni della norma. Verso un limbo dove verità e sogno hanno qualcosa di simile.

Comunicazione + design + fotografia digitale + idea = arte visiva

Mauro Cuppone unisce diverse piattaforme linguistiche attorno al principio universale di un archetipo. Come già detto, non affronta alcun processo funzionale e privilegia l’omogeneità estetica, analizzando due momenti che toccano, in modi ovviamente diversi, ognuno di noi: la morte (momento organicamente necessario) e la moda (momento futilmente necessario). Nel decoro impattante dell’oggetto non poteva che privilegiare il culto del prêt-à-porter, punto nodale nel richiamo emotivo del brand e nei processi che il brand impone. Ecco Armani, Valentino, Moschino, Fendi e altri marchi del lusso contemporaneo, tutti famosi in misura planetaria, tutti ben integrati al mercato globale delle merci. Qualcuno ricorderà le opere di Tom Sachs che prendeva packaging di Prada o Chanel per costruire armi o water. In quel caso l’artista americano giocava sul “falso dichiarato” e ricreava oggetti reali con un processo di “plastificazione” evidente. L’operazione di Cuppone va oltre e ipotizza un falso vero che entra nei piani strategici del design per decifrare la qualità scultorea, quasi munariana delle forme reali. Il processo è mimetico, come se l’oggetto fosse pronto per l’ingresso nel business della distribuzione planetaria. In realtà qualcosa incarna l’assurdo alla Jodorowsky, si sentono echi di un postsurrealismo mediatico che rende plausibile il quasi impossibile. L’artista gioca sul paradosso ironico e rimescola gli immaginari da copertina, imponendo il peso specifico del volume tridimensionale, dell’apparizione realistica, della somiglianza inquietante.

La cassa da morto impone un atteggiamento diverso davanti alla scultura. Le sue geometrie riconoscibili ci dicono subito di cosa si tratta, eppure la nuova pelle fashion evidenzia contenuti non solo etici ma anche estetici. Cuppone parte dai volumi obbligati e ci lavora attorno, modificando l’epidermide artificiale e il sistema di percezione culturale. La cassa rimane quella di sempre ma di fatto la vediamo come mai avremmo immaginato. Si trasforma in un paradossale oggetto del desiderio, entra nel rito feticistico del significante mediatico, esce fuori da cimiteri e station wagon con interni metallici. Adesso la cassa appartiene alla città, si adagia ironicamente tra le strisce di un parcheggio pubblico, occupa spazi in cui la vita prosegue con le sue abitudini. La bara entra nella normalità e ne prende le sembianze, ricordandoci il nuovo approccio della scultura contemporanea. Quando vedi le casse comprendi dove sta andando l’arte del presente: se prima l’opera cercava una distanza dal contesto reale, oggi si ambisce al mimetismo e alla convivenza, creando forme del dialogo urbano, presenze in armonia col rumore colorato del mondo. La cultura figurativa vuole feticci del desiderio proibito, del lusso sensoriale, del sentimento radicale: e li desidera densi, catalizzanti ma anche sintetici, complessi al loro interno ma comunicativi nel loro status formale. Oggetti in empatia con la vita reale, carichi di anomalie purchè dentro il battito del mondo.

L’elaborazione digitale della bara completa il viaggio iconografico del progetto. Era importante uno sfalsamento di materiali e formati, a conferma di un totale cortocircuito linguistico attorno agli archetipi della morte e del vestire. Cuppone veste la bara e crea una sorta di pubblicità impossibile, un quadro anticomunicativo che cambia i contenuti di cassa e abiti. I marchi famosi “vestono” l’esterno di un oggetto che di solito si nasconde sotto la terra o dietro una lastra di marmo: in pratica, la radicale estromissione della moda dai suoi codici d’appartenenza. La morte del marchio, direbbe qualcuno. A me pare la nuova coscienza del brand mediatico, la trasgressione consapevole che rivela i punti deboli dell’edonismo globale. Sarebbe lunghissimo l’elenco di giochi intelligenti attorno alla moda, eppure quasi mai si arriva allo sposalizio radicale tra i due contesti. Nel caso di Mauro Cuppone mi sembra che il messaggio sia estremo, senza fronzoli accomodanti, divertito ma anche tragico nel suo pathos tra presente e futuro.

 
 

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